Lettera aperta ai direttori dei quotidiani locali
Gentile direttore,
sembra quasi banale doverlo dire, ma ogni forma di violenza, soprattutto quando assume i caratteri che abbiamo visto in questi giorni, è inaccettabile e va condannata senza ambiguità. Gli atti di devastazione e saccheggio non hanno nulla a che vedere con il diritto di manifestare o con la volontà di far sentire la propria voce.
Prima di ogni riflessione, occorre esprimere gratitudine alle Forze dell’ordine per la professionalità con cui hanno arginato i disordini e manifestare vicinanza a chi, nell’esercizio del proprio ruolo di tutela della pubblica sicurezza, ha subito danni alla salute, con l’augurio di una pronta e piena ripresa.
Tutto ciò premesso, occorre affrontare un tema: sembra un’eresia dirlo, ma è necessario distinguere chi partecipa pacificamente a una manifestazione organizzata e promossa da associazioni e realtà della società civile da chi compie azioni violente. Confondere queste due dimensioni significa non comprendere quello che sta accadendo.
Proprio perché le violenze sono inaccettabili, però, non possiamo fermarci alla loro condanna. E non possiamo accontentarci, come accade ormai da anni, di rispondere a ogni problema con un nuovo decreto sicurezza e con l’ennesimo inasprimento delle pene. In questi giorni il Governo ha emanato il settimo decreto della legislatura. Mi chiedo che cosa possa risolvere che non abbiano risolto i primi sei. Dopo quattro anni di governo, la questione non è soltanto quali strumenti repressivi introdurre: dobbiamo anche interrogarci sull’idea di futuro che abbiamo costruito e sulle prospettive che siamo in grado di offrire alle nuove generazioni.
Sarebbe sbagliato attribuire a un singolo governo responsabilità che hanno radici profonde. I processi culturali, sociali ed economici si sviluppano nel corso di decenni e chiamano in causa anche le scelte della nostra generazione. Proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di affrontare una domanda più impegnativa: che cosa stiamo lasciando ai nostri figli?
Siamo forse l’ultima generazione che, grazie ai sacrifici dei propri genitori e in un’Italia profondamente diversa da quella di oggi, ha potuto mantenere un certo livello di benessere e immaginare un futuro migliore. Oggi rischiamo invece di consegnare ai nostri figli meno opportunità di quelle che abbiamo avuto noi. Siamo cresciuti in una società dei consumi che ha progressivamente identificato il successo con ciò che si possiede, con ciò che si mostra e con la capacità di apparire. Forse non ci siamo accorti fino in fondo di quanto quel modello rischiasse di vanificare proprio i sacrifici che avevano permesso alle generazioni precedenti di migliorare le proprie condizioni di vita.
Chiediamo ai giovani di essere all’altezza delle aspettative, di raggiungere risultati, di essere competitivi e di costruirsi un’identità riconoscibile. Chiediamo loro, in altre parole, di performare continuamente, ma non sempre offriamo le condizioni per riuscirci. L’ascensore sociale si è progressivamente inceppato: nascere in una famiglia con poche risorse significa ancora avere meno possibilità di accedere a una buona istruzione, trovare un lavoro qualificato e conquistare la propria autonomia. Per troppi ragazzi il futuro non è uno spazio da costruire, ma una condizione già determinata dal contesto in cui sono nati.
La scuola dovrebbe essere uno dei principali strumenti per superare queste disuguaglianze, riconoscendo le capacità di ciascuno e offrendo opportunità reali. Dobbiamo chiederci se il sistema educativo sappia davvero valorizzare le potenzialità degli adolescenti, intercettarne i bisogni e accompagnarli nel proprio percorso, o se resti troppo spesso privo della progettualità necessaria a trasformare le capacità individuali in possibilità concrete.
Poi c’è il problema economico. Lavorare non garantisce necessariamente di potersi permettere una casa, sostenere il costo della vita e costruire una famiglia. Gli stipendi non sempre sono adeguati alle spese quotidiane, gli affitti sono sempre più onerosi e l’indipendenza economica si allontana. Come si può chiedere a un giovane di credere nel merito e nell’impegno, se anche facendo tutto quello che gli viene richiesto non riesce a intravedere una prospettiva di miglioramento?
Dentro questa frattura sociale, le disuguaglianze rischiano di tradursi in una separazione sempre più netta tra chi può scegliere e chi non ne ha le risorse. E mentre sarebbe necessario costruire alleanze tra persone con difficoltà e aspirazioni comuni, assistiamo spesso a una competizione tra chi avrebbe bisogno delle stesse opportunità: giovani precari, persone in povertà, immigrati e altri soggetti ai margini della società. Persone che potrebbero riconoscersi in battaglie comuni si ritrovano contrapposte, come se le opportunità degli uni dovessero sottrarre qualcosa agli altri.
Servono politiche pubbliche capaci di intervenire sulle cause del disagio: più accesso alla casa, anche attraverso il social housing, servizi territoriali, occasioni di aggregazione e comunità in cui nessuno venga lasciato solo. Non bastano interventi emergenziali quando le difficoltà sono strutturali. La sicurezza delle nostre città non può dipendere soltanto dalla capacità di punire chi sbaglia, senza occuparsi anche delle condizioni che alimentano esclusione, marginalità e perdita di fiducia.
Questo aiuta a leggere quello che è successo nelle manifestazioni, senza confondere le responsabilità. Ci sono persone che hanno devastato per il gusto di devastare e devono rispondere delle proprie azioni. Ma non possiamo concludere che tutti i giovani siano incapaci di comprendere ciò che accade intorno a loro, né che ogni forma di protesta sia irresponsabile. Le condizioni sociali non cancellano le responsabilità individuali; ignorarle, però, rende più difficile prevenire nuove violenze.
C’è una contraddizione evidente nella società in cui crescono i ragazzi. Da una parte, i social network alimentano modelli di successo fondati sull’ostentazione, sui marchi, sugli oggetti da possedere e sulla visibilità. Dall’altra, molti sperimentano ogni giorno l’esclusione: perché hanno meno disponibilità economiche, perché sono percepiti come diversi per il colore della pelle o la religione, oppure perché vivono in contesti nei quali le opportunità sembrano riservate sempre agli stessi. Sono esposti a immagini di benessere e riconoscimento sociale, mentre fanno esperienza concreta di precarietà e marginalità.
Questa contraddizione ci obbliga a chiederci quale terreno sociale e culturale stiamo costruendo. Se una generazione vede restringersi le proprie possibilità di riscatto, non è legittimo che protesti, chieda risposte e provi a cambiare il proprio futuro? Il diritto di manifestare e di dissentire è parte della vita democratica. Il nostro compito è ascoltare le ragioni di chi chiede un cambiamento e dare risposte concrete alle condizioni che alimentano il disagio.
C’è infine una riflessione che mi torna in mente, a partire da un pensiero di Walter Veltroni: questa generazione rischia di non avere più uno spazio di vera intimità. Essere sempre connessi significa portare dentro casa, in ogni momento, il confronto con gli altri, le aspettative, i giudizi e i problemi del mondo esterno. Per la nostra generazione la casa ha rappresentato spesso un luogo protetto, uno spazio nel quale chiudere la porta e trovare riparo. Oggi, per molti ragazzi, quella porta è più difficile da chiudere: anche nel luogo che dovrebbe proteggerli arrivano modelli irraggiungibili, pressioni e confronti continui.
Forse dovremmo ripartire proprio da qui: dalla capacità di restituire ai giovani tempo, spazi, relazioni e prospettive, insieme agli strumenti per affrontare le difficoltà. La sicurezza è un diritto di tutti. Una società sicura è anche quella in cui le persone possono immaginare un futuro, sentirsi parte di una comunità e riconoscere che il proprio impegno può cambiare le cose.
Andrea RossiDeputato del Partito Democratico
Andrea Rossi
Deputato del Partito Democratico



