Nota stampa
Gentile direttore,
vorrei condividere una personale riflessione a seguito della tragedia che ha colpito Reggio Emilia, perché ritendo che simili accadimenti meritino qualcosa di più di una reazione d’impulso o di uno slogan.
Il mio primo sentimento è stato il silenzio. Un silenzio che ho voluto condividere anche pubblicamente, perché di fronte a una tragedia come questa il primo dovere è il rispetto: rispetto per Raffaele Stipa, per la sua famiglia, per sua sorella Antonella, rimasta ferita nel tentativo di salvarlo, e per l’intera comunità reggiana, profondamente colpita da quanto accaduto.
Per questo non voglio soffermarmi sulle polemiche che, inevitabilmente, hanno fatto seguito a questa vicenda e il solito tentativo di sciacallaggio politico. Preferisco provare a interrogarmi su ciò che questa tragedia ci dice della nostra società.
Sia chiaro: il tema della sicurezza è reale e nessuno deve mai sottovalutarlo. Le istituzioni hanno il dovere di garantire l’ordine pubblico e il diritto dei cittadini a vivere serenamente nelle proprie città. Ma non possiamo neppure fermarci lì, perché rischieremmo di non coglierne le cause più profonde.
Viviamo un tempo attraversato da molte forme di insicurezza. C’è quella legata all’ordine pubblico, che va affrontata con determinazione. Ma esiste anche una sicurezza sociale, economica e personale: la sicurezza di avere un lavoro, di non essere schiacciati dall’incertezza, di poter guardare al futuro con fiducia, di non essere lasciati soli nei momenti di maggiore fragilità. Quando queste certezze vengono meno, cresce un senso di smarrimento che attraversa la nostra società e che rischia di alimentare tensioni, isolamento e destabilizzazione.
La violenza non nasce all’improvviso. Cresce lentamente, nell’aggressività quotidiana, nell’incapacità di riconoscere l’altro, nelle fratture sociali che attraversano le nostre comunità. A volte resta confinata alle parole, altre volte esplode in gesti irreparabili.
E allora la domanda che dobbiamo avere il coraggio di porci è questa: stiamo facendo abbastanza? Le istituzioni, i servizi sociali, la sanità territoriale e i servizi per la salute mentale dispongono davvero delle risorse necessarie per intercettare le situazioni di maggiore fragilità prima che sia troppo tardi?
Accanto al lavoro delle istituzioni c’è poi un patrimonio prezioso che troppo spesso diamo per scontato: il volontariato, l’associazionismo, le tante realtà che ogni giorno costruiscono relazioni, contrastano la solitudine e tengono unite le nostre comunità. Sono una vera infrastruttura silenziosa ma fondamentale, e per questo devono essere sostenute, valorizzate e messe nelle condizioni di continuare a svolgere il loro lavoro.
Non esistono risposte semplici, e diffido sempre di chi sostiene di averle. Ma una cosa credo sia certa: se vogliamo costruire comunità più sicure dobbiamo certamente garantire legalità e ordine pubblico, ma anche investire nella prevenzione, nella salute mentale, nella coesione sociale e nei legami che rendono una comunità davvero forte.
La sicurezza non è soltanto assenza di criminalità. È anche la possibilità di vivere senza paura del futuro, senza essere lasciati soli nelle proprie fragilità, dentro una comunità capace di prendersi cura delle persone.
Inoltre, occorre finalmente riconoscere che la sicurezza è un diritto, a cui tutti i cittadini -come Raffaele, che stava compiendo semplicemente il suo lavoro in una sera come tante- devono potere accedere. Esiste il diritto a sentirsi sicuri nelle proprie città, nei propri luoghi di vita, senza rischiare l’incolumità, e tutte le istituzioni devono garantire questa serenità sociale.
Forse è questa la riflessione più difficile. Ed è anche quella che, oggi, sento più urgente condividere.
On. Andrea Rossi



