Lettera aperta ai direttori dei quotidiani locali
Gentile direttore,
la settimana si è aperta con l’aggressione di tre persone a Reggio Emilia e si è chiusa con la notizia del suicidio in carcere del ragazzo che l’aveva compiuta. Alle persone aggredite e ai loro cari va la nostra vicinanza e solidarietà. Un pensiero di vicinanza va anche al ragazzo e alla sua famiglia: riconoscere la sofferenza e il dolore per la sua morte non cancella quanto accaduto né il dolore di chi è stato colpito.
Di fronte a una tragedia è naturale cercare risposte, ricostruire i fatti e domandarsi se qualcosa avrebbe potuto essere fatto diversamente. Ma c’è un rischio: occuparsi di salute mentale soltanto quando diventa cronaca. Prima ci sono persone, famiglie e servizi che affrontano situazioni di sofferenza spesso lontane dai riflettori.
È lì che dovrebbe cominciare la prevenzione. Non nella pretesa, impossibile, di prevedere ogni gesto, né nel trasformare chi vive una fragilità psichica in un potenziale pericolo. Comincia dalla capacità di non lasciare sole le persone quando il disagio cresce, di sostenere le famiglie, garantire continuità nei percorsi di cura e attivare una rete quando qualcuno si allontana dai servizi o smette di chiedere aiuto.
La vicenda di questi giorni pone una domanda più ampia sulla nostra città. Reggio Emilia dispone di servizi e professionalità importanti, ma la domanda di salute mentale è cresciuta, soprattutto tra i più giovani. Dobbiamo chiederci se i servizi territoriali, la scuola, i luoghi di lavoro, le famiglie e le comunità riescano davvero a intercettare il disagio prima che diventi una crisi.
Due giorni fa, in un convegno della Cgil, sono stati presentati i risultati del sondaggio “Come stai Reggio?”, con oltre quattromila questionari raccolti. Tra i partecipanti, il 73,3% ha riferito difficoltà nell’accesso al Servizio sanitario nazionale e il 23,9% di aver rinunciato a cure. Sono dati che riguardano l’accesso alle cure in generale, non misurano da soli il disagio mentale in città. Raccontano però ostacoli concreti: quando chiedere aiuto è difficile, il rischio è che una sofferenza resti senza risposta.
La lezione di Basaglia, a quasi cinquant’anni dalla legge 180, non si esaurisce nella chiusura dei manicomi. La sua eredità è l’idea che la cura non possa essere separata dalla comunità in cui una persona vive. Servono servizi territoriali presenti, continuità assistenziale, sostegno alle famiglie e percorsi che non si interrompano proprio quando una persona fatica a proseguirli da sola.
E serve evitare una semplificazione pericolosa: avere un disturbo psichico non significa essere pericolosi. Confondere sofferenza mentale e pericolosità alimenta lo stigma e rende più difficile chiedere aiuto.
La sicurezza delle persone e il diritto alla cura non sono in conflitto. Una comunità capace di prendersi cura delle fragilità può prevenire meglio le situazioni di emergenza. Non tutto si può prevedere o evitare. Molto, però, si può fare prima.
La cronaca ci costringe a guardare ciò che è già accaduto. La politica e le istituzioni hanno il dovere di guardare anche a ciò che accade prima: quando una persona comincia a stare male, una famiglia non sa più come aiutarla e un percorso di cura rischia di interrompersi. Viviamo in un tempo complesso, in cui la pressione della performance e la competizione quotidiana possono rendere più fragile l’equilibrio di ciascuno.
È lì che dobbiamo arrivare. Prima della tragedia, non dopo.
Andrea Rossi
Deputato del Partito Democratico



