Chi paga davvero l’Irpef in Italia?

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Oggi vorrei affrontare un tema che merita attenzione, ma soprattutto merita di essere letto senza scorciatoie: chi paga davvero l’IRPEF in Italia?


Dietro questi numeri c’è una questione più grande di una discussione sulle tasse. C’è il modo in cui una comunità finanzia la sanità, la scuola, l’assistenza e tutti quei servizi che consideriamo universali. E c’è il modo in cui ne distribuisce il costo tra i cittadini.


L’ultima analisi di Itinerari Previdenziali, riferita ai redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025, ci consegna due dati: i contribuenti con redditi superiori a 29 mila euro rappresentano il 30,22% del totale e versano il 78,67% dell’IRPEF. Restringendo ancora il campo, chi dichiara almeno 35 mila euro lordi all’anno costituisce il 18,78% dei contribuenti, ma sostiene circa il 65% dell’intero gettito.


Sono numeri che colpiscono. Ma vanno maneggiati con cura. Dire che una parte molto ampia della popolazione versa poca o nessuna IRPEF non significa dire che non contribuisca alla fiscalità generale, che viva di sussidi o che evada. Ci sono persone con redditi molto bassi, disoccupati, studenti e familiari fiscalmente a carico. E ci sono contribuenti che, per effetto delle detrazioni e delle regole del sistema, versano importi contenuti. Tutti, inoltre, pagano altre imposte: dall’IVA alle accise, fino ai tributi locali. 
Allo stesso modo, il fatto che una quota minoritaria dei contribuenti versi gran parte dell’IRPEF non dimostra, da solo, che la progressività sia eccessiva. Un’imposta progressiva funziona proprio così: chi ha una maggiore capacità contributiva concorre in misura maggiore alle spese comuni. È un principio scritto nella Costituzione, che condivido e che va difeso.


Il dato, però, ci pone una domanda diversa: perché la base sulla quale poggia il finanziamento dei servizi pubblici è così ristretta?


La soglia dei 35 mila euro lordi annui difficilmente identifica, nella percezione comune e nella vita concreta, una persona ricca. Eppure basta superarla per entrare nella platea che sostiene quasi due terzi dell’IRPEF. Questo ci racconta almeno due debolezze italiane: abbiamo troppi redditi bassi e una parte della capacità economica reale del Paese continua a non emergere nelle dichiarazioni.


Il problema non è la progressività. Il problema è un sistema produttivo che per troppi anni ha tenuto bassi salari e redditi. E il problema è l’evasione,che restringe ulteriormente la platea di chi finanzia i servizi utilizzati da tutti.
Anche la distribuzione dell’IRPEF tra le categorie professionali offre elementi da approfondire. Sarebbe però sbagliato trasformarli nell’ennesima guerra tra lavoratori dipendenti, professionisti, artigiani, commercianti e imprenditori.


Da figlio di artigiano ho avuto la fortuna di trascorrere durante i periodi estivi molto tempo in officina. Ho conosciuto quindi da vicino attività che comportano rischi, investimenti e responsabilità difficili da comprendere osservando soltanto una dichiarazione dei redditi. Ridurre tutto allo stereotipo del lavoratore autonomo che evade sarebbe ingiusto, oltre che falso.


Ma rifiutare gli stereotipi non significa ignorare le anomalie. Significa cercarle con strumenti più precisi, senza considerare sospetta un’intera categoria.


Oggi lo Stato dispone di banche dati e informazioni che fino a pochi anni fa non potevano essere incrociate con la stessa rapidità. La digitalizzazione e gli strumenti di analisi, compresa l’intelligenza artificiale, possono aiutare a individuare incongruenze tra redditi dichiarati, patrimoni, consumi e attività economiche. Non per sottoporre tutti a un controllo indiscriminato, ma per concentrare le verifiche dove emergono indicatori concreti di rischio. 
Naturalmente servono regole trasparenti, tutela dei dati personali e responsabilità umana nelle decisioni. Un algoritmo può segnalare un’anomalia; non può trasformarla automaticamente in una colpa.
La tecnologia, da sola, non risolverà il problema. Servono un’amministrazione fiscale dotata di personale e competenze, norme più semplici e stabili, incentivi all’uso dei pagamenti tracciabili e un contrasto all’evasione che non cambi intensità a seconda della categoria coinvolta.
E serve soprattutto far crescere i redditi. Perché allargare la base contributiva non significa chiedere qualcosa a chi oggi non ha abbastanza. Significa creare più lavoro regolare, aumentare i salari e fare emergere la capacità contributiva che oggi rimane nascosta.


Non dobbiamo cercare un colpevole tra i lavoratori. Dobbiamo costruire un sistema nel quale chi è davvero in difficoltà venga sostenuto, chi lavora e produce non sia trattato da evasore per definizione e chi dispone di redditi che non dichiara sappia che esistono strumenti seri per individuarli.
La domanda, allora, non è quanto pagano “gli altri”. È come distribuiamo il costo della nostra vita comune senza scaricarlo sempre sugli stessi e senza indebolire i servizi di cui tutti abbiamo bisogno.


Può essere banale questa conclusione ma la progressività va difesa, l’evasione va combattuta e i redditi vanno fatti crescere.
È da questo equilibrio che dipende la tenuta del nostro patto fiscale.


Prima di salutarci, voglio anticiparvi anche un passaggio dell’attività parlamentare della prossima settimana.


Alla Camera arriva la discussione sulla nuova legge elettorale e sono previste votazioni che avvicineranno il provvedimento al suo esame finale. Una riforma di questa portata arriva quando manca circa un anno alle prossime elezioni politiche e il prossimo voto è ormai inevitabilmente sullo sfondo.


Anche il momento nel quale si cambiano le regole conta. Per questo seguirò i lavori in Aula e vi racconterò le scelte compiute, gli effetti concreti della proposta e le ragioni delle nostre posizioni.

Scrivetemi a info@andrearossipd.it

Alla prossima newsletter.

Andrea Rossi


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