I problemi di integrazione esistono e vanno affrontati: con più insegnanti, mediatori e strumenti
Era il 2019, parole e musica di Giorgia Meloni a Bibbiano. Sette anni dopo, però, è proprio lei a usare i bambini per costruire una nuova divisione: quelli italiani da una parte, quelli stranieri dall’altra.
“Non esiste che i bambini italiani si sentano in minoranza nella loro classe”. È l’ultima sparata della Presidente Meloni, in evidente crisi di consenso. Non possiamo però derubricarla a boutade e andare avanti. Anzi, dovremmo fermarci un attimo e riflettere, perché stiamo parlando di bambini.Bisogna stabilire davvero quanti bambini stranieri possono stare nella stessa classe? Come se il problema fosse contarli in base a dove sono nati i loro genitori.Ho guardato qualche dato.
Degli oltre 930mila studenti senza cittadinanza italiana, più del 65% è nato qui, ha frequentato lo stesso asilo dei compagni, parla italiano come prima lingua o quasi. Le classi nelle quali la loro presenza supera il 30% sono il 6,8%. Ma se si considerano soltanto gli alunni nati all’estero, per i quali può realmente porsi un problema linguistico, si scende allo 0,5% delle classi. Altro che bambini italiani “in minoranza”.
Io trovo tutto questo profondamente sbagliato e, sinceramente, anche triste. Perché un bambino che arriva in Italia e non parla ancora bene l’italiano ha bisogno di un insegnante in più, di qualcuno che lo aiuti, di una scuola che abbia gli strumenti per accompagnarlo. Non di un cartello invisibile sulla porta dell’aula che stabilisca quanti bambini come lui possono entrare.
E soprattutto mi fa impressione l’idea che si possa dire a un bambino italiano: “Non devi sentirti in minoranza”. Minoranza rispetto a chi? A un suo compagno di banco? A un bambino che gioca con lui durante l’intervallo? A una bambina che magari è nata qui, parla italiano, frequenta la sua stessa scuola e semplicemente ha un cognome diverso?
Oggi, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, il Presidente Mattarella ha ricordato che la scuola è “la più efficace leva di integrazione”, che “è aperta a tutti” e che deve stabilire legami, aiutare a non formare ghetti e a non alzare barriere. Una risposta indiretta, ma molto netta, alla polemica di queste ore.
Ci sono problemi reali nelle nostre scuole.
Ci sono classi difficili, percorsi di integrazione che non funzionano, insegnanti lasciati troppo spesso soli. Affrontiamoli, certo. Ma lasciamo fuori i bambini dalla propaganda, per favore.
Perché se la politica comincia a dividerli tra “italiani” e “stranieri”, abbiamo davvero superato il limite.
Andrea Rossi
Deputato del Partito Democratico



