Un confronto tra due visioni del mondo. Tocca a noi scegliere da che parte stare.

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Vorrei iniziare questa newsletter con qualche riga molto personale, ma ritengo doveroso ringraziare le tantissime persone che in queste settimane hanno dimostrato grandissima vicinanza a seguito della perdita del mio amato papà. Per la nostra famiglia sono stati mesi difficili, ma il supporto di tanti amici e delle persone che hanno percorso un tratto di vita con il papà è stato di grande conforto e sostegno. Da figlio non posso che essere orgoglioso e fiero di tutto ciò che ha costruito nella sua vita e degli insegnamenti che mi ha tramandato negli anni. Continueremo a camminare insieme e spero che i miei figli potranno essere orgogliosi di me quanto io lo sono stato di lui.


Negli ultimi giorni si è consumato uno scontro che, al di là delle singole parole, racconta molto del tempo che stiamo vivendo. Da una parte Donald Trump, dall’altra il Santo Padre, Papa Leone. Non è stato solo un diverbio: è stato il confronto tra due visioni del mondo.

Il Papa ha fatto il Papa. Ha parlato di dialogo, di responsabilità, di necessità di tenere insieme le parti anche quando tutto spinge verso la contrapposizione. Non ha preso posizione “per qualcuno”, ma per qualcosa: la pace, la mediazione e la ricomposizione dei conflitti. È esattamente ciò che ci si aspetta da chi guida una comunità spirituale globale e rappresenta miliardi di persone.

Per questo le parole di Trump risultano ancora più gravi. Non solo per il contenuto, che tradisce una visione muscolare e semplificata delle relazioni internazionali, ma per il fatto stesso di aver attaccato il Papa. È un salto di qualità che non può essere normalizzato, perché quando si delegittima una delle poche voci che oggi lavorano per abbassare i toni, si contribuisce ad alzarli tutti.

In questo contesto, la posizione assunta dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata, su questo punto, corretta. La difesa del Papa e la critica alle parole di Trump sono condivisibili e necessarie. Ma proprio perché crediamo nella serietà della politica estera, non possiamo dimenticare i mesi di silenzi e ambiguità su altre crisi internazionali, dalla Palestina al Venezuela. La credibilità si costruisce nel tempo, non solo nei momenti più esposti. 

E proprio per questo, pur nella distanza politica che ci separa da Giorgia Meloni, riteniamo doveroso difendere l’istituzione che rappresenta. Le parole di Trump nei confronti del Governo italiano sono state indegne. Sarebbe facile, in una fase complessa per Palazzo Chigi, approfittarne per colpire. Non è la nostra strada. Le istituzioni si rispettano sempre, soprattutto quando vengono attaccate dall’esterno. 

Lo ha detto con chiarezza anche la Segretaria Elly Schlein, in un intervento unanimemente apprezzato: l’Italia è un Paese sovrano e non è questo il modo di trattare un Capo di Governo. Su questo non possono esserci divisioni.

Ma c’è un punto che rischia di passare in secondo piano e che invece ci riguarda tutti molto da vicino: l’impatto economico. Questa escalation sta producendo effetti pesantissimi. Lo vediamo nei trasporti, lo vediamo negli aeroporti, lo tocchiamo con mano ogni giorno alla pompa di benzina e nelle bollette. I costi aumentano, l’incertezza cresce, l’inflazione pure e a pagare sono cittadini e imprese europee.

Non è una situazione sostenibile a lungo. Le settimane davanti a noi sono poche e decisive. Serve uno sforzo collettivo per riportare la situazione su un terreno gestibile. E questo significa, inevitabilmente, contenere chi alimenta la tensione e riaprire canali di dialogo.

La soluzione passa da lì: ristabilire una continuità commerciale e diplomatica tra il Medio Oriente e il resto del mondo, abbassare i toni, rimettere al centro la politica e non la forza.

Perché questo non è il modo di condurre le guerre. Non è il modo di fare diplomazia. Non è il modo di trattare gli alleati.

E le conseguenze, oggi, non sono astratte: ricadono su tutti noi.

Scrivetemi a info@andrearossipd.it

Alla prossima newsletter.

Andrea Rossi


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