Nota stampa
Le aperture annunciate dalla Commissione europea sulla Politica agricola comune nel prossimo Quadro finanziario pluriennale vanno nella direzione giusta, ma non sono ancora sufficienti a sciogliere i nodi strutturali che da tempo indeboliscono il ruolo della PAC nel progetto europeo.
L’ipotesi di un incremento delle risorse destinate alla PAC nel periodo 2028–2034 è un segnale politico che merita attenzione, ma il punto centrale resta la certezza che si tratti di risorse realmente aggiuntive e che la politica agricola resti autenticamente comune.
Il rischio, infatti, è che strumenti come l’anticipo degli stanziamenti o il ricorso a fondi unici privi di vincoli stringenti producano una rinazionalizzazione di fatto della PAC, lasciando agli Stati membri un’eccessiva discrezionalità e indebolendo l’impianto unitario europeo. Particolarmente rilevante è l’indicazione secondo cui almeno il 10% delle risorse dei Piani di partenariato nazionali e regionali dovrà essere destinato alle aree rurali.
Per un Paese come l’Italia, dove le aree interne e rurali rappresentano una parte essenziale del territorio e svolgono una funzione strategica sul piano produttivo, ambientale e sociale, questo vincolo può diventare un’opportunità concreta. Vincolare risorse a questi territori significa offrire strumenti reali di sviluppo, contrastare lo spopolamento, sostenere i servizi essenziali e creare le condizioni perché agricoltura, lavoro e qualità della vita possano continuare a convivere nelle aree più fragili del Paese.
Proprio per questo è fondamentale che l’impegno annunciato si traduca in interventi aggiuntivi, mirati e verificabili. Senza criteri chiari e un monitoraggio efficace a livello europeo, il rischio è che il vincolo del 10% resti una soglia formale, priva di reale impatto, e che le risorse destinate all’agricoltura finiscano per entrare in competizione con altre politiche strategiche, invece di rafforzare uno sviluppo equilibrato dei territori.
On. Andrea Rossi



