Cosa sta accadendo nei primi giorni del 2026
Credo sia necessario fermarsi a riflettere a mente fredda, il giorno dopo l’arresto di Maduro da parte di Trump.
Lo dico perché anche questa volta stiamo assistendo ad un meccanismo ormai automatico: ogni fatto internazionale viene immediatamente schiacciato dentro una contrapposizione da stadio. Non c’è spazio per il ragionamento, per il dubbio, per la complessità. Solo curve contrapposte, dove l’emotività prende il posto dell’analisi.
Io parto da un presupposto che considero di onestà intellettuale: il Venezuela non lo conosco.
Non l’ho vissuto, non ne conosco fino in fondo la società, la storia recente, le fratture interne. Le informazioni che ho, come tutti, sono mediate dai canali di informazione che scegliamo di seguire. E proprio per questo credo sia doveroso evitare giudizi semplicistici.
Detto questo, comprendo, e non sottovaluto, il sentimento di liberazione che in queste ore emerge da una parte del popolo venezuelano. Le immagini, i commenti, le testimonianze di chi festeggia raccontano una sofferenza reale.
E voglio dirlo con chiarezza: Maduro non va difeso. Il suo è stato un potere che ha svuotato progressivamente le istituzioni creando una democrazia degenerata e piegata alla logica dell’uomo forte. È legittimo, quindi, che molti vedano in questo arresto la fine tanto attesa di un’era.
Ma proprio perché la realtà è complessa, fermarsi qui sarebbe un errore.
Il primo nodo riguarda ciò che accade dopo.
Il Venezuela rischia di non uscire da una condizione di subordinazione, ma semplicemente di cambiarne il segno. La decisione unilaterale di Trump – accompagnata da messaggi tutt’altro che ambigui – mette il Paese sotto l’ombrello degli Stati Uniti, chiarendo che il futuro politico dovrà comunque allinearsi agli interessi americani. E sarebbe ingenuo pensare che questi interessi siano guidati principalmente dalla tutela dei diritti: la posta in gioco è economica e strategica.
In altre parole, si passa da un potente a un altro potente.
Ed è qui che il tema smette di essere solo venezuelano e diventa globale.
Non è semplicemente l’ennesimo colpo al diritto internazionale – che pure c’è ed è grave – ma qualcosa di più profondo: il progressivo svuotamento delle regole comuni, sostituite da decisioni prese da singoli leader al di fuori di qualsiasi sistema di garanzia.
Se questo schema si normalizza, il messaggio è chiaro: la forza prevale sul diritto, l’intervento unilaterale sostituisce la diplomazia e le democrazie diventano variabili dipendenti dei rapporti di potere. È un precedente che non riguarda solo il Venezuela, ma tutti.
Ed è questo che dovrebbe preoccuparci davvero.
Perché apre una fase fatta di reazioni a catena, di giustificazioni reciproche, di nuovi conflitti legittimati a posteriori. Una fase che abbiamo già visto in Ucraina, a Gaza, e che continuiamo a leggere con lo schema sbagliato: scegliere da che parte tifare invece di capire quale mondo stiamo costruendo.
Il punto, allora, non è decidere se “gioire” o “condannare”. Il punto è capire che ieri non si è chiusa una stagione di abuso di potere: rischia di aprirsene un’altra, più grande, più sistemica e più pericolosa, perché mascherata da atto di giustizia e presa di coscienza di altre potenze di poter rivendicare la sovranità su altri territori, vicini e lontani.



