Un riconoscimento che parla al nostro passato, al nostro presente e, soprattutto, al futuro del Paese.
La cucina italiana non è solo un insieme di ricette. È un alfabeto culturale che ogni famiglia conosce e interpreta, un patrimonio di gesti, memorie e conoscenze che attraversano le generazioni. È una tradizione popolare e quotidiana, e proprio per questo universale: nasce nelle case, cresce nelle comunità, si trasforma nei territori. È parte di noi perché racconta chi siamo.
Nel mondo, la nostra cucina è diventata anche un simbolo iconico: semplicità apparente e profondità tecnica, ingredienti essenziali e sapori riconoscibili, un equilibrio unico tra storia e innovazione. Secondo la classifica di TasteAltlas, le prime tre città dove si mangia meglio al mondo sono Napoli, Milano e Bologna.
Quello che si vede nel piatto è solo l’ultimo passaggio di una filiera complessa, fatta di persone, mestieri, lavoro e passione.
Dietro ogni piatto c’è la forza della nostra agricoltura, la qualità delle produzioni, la ricchezza delle filiere corte, il radicamento nei territori e nei paesaggi rurali. Ma c’è anche un’altra dimensione, troppo spesso data per scontata: la ristorazione. Le mani sapienti di cuoche e cuochi, le brigate che lavorano ogni giorno con studio, dedizione e fatica, gli artigiani del gusto che innovano senza tradire la memoria, le tante storie di impegno che trasformano materie prime e tecniche in esperienze. Senza il loro lavoro, il patrimonio immateriale della cucina italiana non avrebbe un volto, una voce, un futuro.
Il riconoscimento dell’UNESCO premia tutto questo: la comunità che custodisce, rinnova e trasmette la nostra cultura del cibo. E attribuisce valore internazionale a un settore che, oltre a nutrire la nostra identità, rappresenta una parte decisiva della nostra economia: agricoltura, trasformazione, ristorazione, turismo, formazione.
Per questo considero questo risultato non un traguardo, ma un punto di partenza.
Ora abbiamo la responsabilità di rafforzare ciò che l’UNESCO ha riconosciuto:
• tutelando le produzioni e le denominazioni,
• sostenendo le imprese agricole e le aree interne,
• valorizzando la qualità del lavoro nella ristorazione e nelle filiere,
• promuovendo educazione alimentare e sostenibilità,
• investendo nella formazione e nella trasmissione dei saperi.
Questo riconoscimento è frutto sicuramente di un impegno del Governo e della collaborazione di molti soggetti – istituzioni, territori, associazioni, realtà a noi ben conosciute come la Fondazione Casa Artusi – e di una visione condivisa: difendere ciò che ci rende unici e farne un motore di sviluppo.
Chi ama il nostro Paese, la nostra cultura e la nostra tradizione non può che sentirsi parte di questo risultato.
La cucina italiana è un bene comune: ci tiene uniti, ci rappresenta e ci fa riconoscere nel mondo.
Il compito delle istituzioni è far sì che questo titolo non resti simbolico, ma diventi qualità, diritti e futuro per chi produce, per chi cucina e per chi ogni giorno siede a tavola.
Le scuola del PNRR rischiano di non aprire. Il Governo deve intervenire prima che sia troppo tardi.
10 dicembre: Giornata mondiale dei diritti umani
Difendere i comuni montani significa proteggere comunità, servizi e futuro.



