Mondo dello sport: patrimonio collettivo, serve trasparenza e rispetto

Nota stampa

Uno strano silenzio da parte di chi, di fronte a certi fatti di cronaca, non perde mai l’occasione di commentare come un qualsiasi influencer. Non si perde mai l’occasione di puntare il dito quando la violenza riguarda “il diverso”, un manifestante o un migrante. Quando però la violenza nasce altrove, in contesti che toccano certe aree o ambienti, allora tutto tace.

Non si tratta di fare propaganda o di usare un episodio per colpire l’avversario politico. Sarebbe stupido, e anche ingiusto. Ma è altrettanto sbagliato fingere che non esista un problema, che la violenza non si annidi anche in luoghi e ambienti che preferiamo non guardare o vogliamo non vedere.

Il tema non è nuovo. È la conferma di un fenomeno che attraversa la nostra società e che abbiamo già discusso: la violenza non è più un’eccezione, ma un linguaggio diffuso. È dentro le piazze, nelle curve, nei bar, nei social. È diventata un modo di stare nel mondo, una forma di appartenenza tossica.

Proprio per questo serve uno sguardo più lucido e meno ipocrita su certe frange del tifo organizzato, che non va confuso con i tifosi e con il mondo Ultras. Non amo i giudizi affrettati e le contrapposizioni: il bianco o nero esiste solo come colore della squadra amata. Lo dico quindi a ragion veduta e per esperienza personale, vista la mia nota passione per il calcio e per il tifo, di chi, per decenni, si è abbonato in curva non solo per ragioni economiche, ma per il modo in cui lì si vive lo spettacolo.

Chi vive la curva sa che quella è una comunità fatta di passione, di identità popolare, di emozione condivisa. È uno spazio in cui convivono generazioni e sensibilità diverse, spesso unite da un senso autentico di appartenenza. Ma dentro quella stessa comunità, da anni, si muovono anche realtà che nulla hanno a che vedere con lo sport, sia esso calcio o basket: gruppi che usano la passione per costruire potere, intimidazione, affari.

Ecco perché serve parlarne, e serve farlo con serietà. Non bastano indagini occasionali o repressioni episodiche: serve un lavoro sistematico, trasparente, come quello proposto dal collega Mauro Berruto con l’idea di una commissione parlamentare d’inchiesta sul mondo del tifo organizzato. Non per generalizzare o condannare, ma per conoscere e capire se si annidino strani intrecci con infiltrazioni malavitose, d’affari o ideologiche.

Se lo sport e il tifo rappresentano, come io penso, un fenomeno sociale che coinvolge milioni di italiani, allora deve essere anche un terreno di responsabilità politica e istituzionale. Perché il calcio, come lo sport in generale, è un patrimonio collettivo: appartiene a chi lo vive con passione, non a chi lo usa per fare violenza, propaganda o affari illeciti.

E allora la domanda è semplice: perché il Parlamento continua a ignorare la proposta, seria e concreta, del collega Berruto di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul tifo organizzato? Abbiamo istituito commissioni per ogni tipo di tema — e spesso giustamente, anche su fatti di cronaca. Perché non farlo anche per un fenomeno che tocca la vita e la sicurezza di migliaia di cittadini e che incide profondamente sul tessuto sociale del Paese?

Ripeto: non dovrebbe essere un tema di destra o di sinistra. È una questione di verità, di trasparenza e di rispetto per chi vive lo sport per quello che è: una passione, non un pretesto per la violenza. Perché se di fronte a tutto questo si continua a tacere, allora sì — tutto tace, ma a perdere è la nostra idea stessa di comunità.

On. Andrea Rossi

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