
Un contributo
In questi giorni, in alcuni comuni della provincia di Reggio Emilia, si è acceso un dibattito che a ben vedere, non riguarda solo un drappo colorato, ma rimanda al profondo significato dei simboli nello spazio pubblico. Alcuni municipi hanno scelto di esporre la bandiera palestinese come gesto di vicinanza a un popolo martoriato, come segno di sdegno per una tragedia che da mesi si consuma sotto gli occhi del mondo. Lo hanno posto non tra le bandiere istituzionali, perché le norme lo vietano, ma comunque in maniera ben visibile, sulle facciate delle case comunali.
Già qualche settimana fa avevo espresso la solidarietà al Sindaco di Scandiano, che aveva esposto la bandiera palestinese ed era stato oggetto di attacchi politici di varia natura. Chi mi conosce sa che non sono mai stato un radicale nel posizionamento: molto spesso risulto moderato per cultura istituzionale e senso di responsabilità. Ma essere moderati non significa rimanere in silenzio di fronte a immagini che arrivano a noi e toccano le nostre coscienze. Il silenzio, in questi casi, diventa complicità; non fare nulla equivale ad assecondare.
E allora viene da chiedersi: perché fa paura una bandiera? Una bandiera, in fondo, non ferisce, non uccide, non distrugge. Non cambia le sorti di un conflitto. È un gesto, un segnale, un atto politico e culturale. È successo in altri momenti, addirittura a Casalgrande a inizio anni ’90 con la guerra nel Golfo, quando nei cartelli all’ingresso del comune veniva inserito “Casalgrande – Paese che ripudia la guerra”, oppure con iniziative di protesta contro i tagli ai comuni a metà anni Duemila con una grande X rossa, e in tante altre situazioni. Penso a Regeni, Zaki, non da ultimo nel 2022 con l’esposizione di quella dell’Ucraina.
Questo era percepito come un dovere morale, un segno di solidarietà verso chi subiva un’aggressione. Quando viene esposta la bandiera della pace, diventa testimonianza universale, simbolo di valori condivisi. Ma quando si tratta della Palestina, improvvisamente giungono richiami alla legge, diventa impraticabile la finestra, la facciata o anche un piccolo spazio.
La verità è che i simboli non sono mai neutri: parlano, evocano, scuotono le coscienze. Una comunità che sceglie di appenderne uno alla propria casa comunale non sta dichiarando guerra a nessuno, ma affermando che non si può restare indifferenti di fronte a un massacro. È un atto dimostrativo, certo, ma è anche un atto di umanità.
Le bandiere non uccidono. Gli stermini sì. E allora, forse, sarebbe più utile preoccuparsi delle macerie che continuano ad accumularsi a Gaza piuttosto che dei drappeggi che sventolano a Reggio Emilia.
Il compito della politica locale non è quello di trasformarsi in una diplomazia parallela, ma quello di dare voce al sentire delle comunità, di ricordare che la pace comporta sempre fare delle scelte. Una bandiera esposta non è un’arma: ma è un modo sentito per affermare che “non restiamo indifferenti”.



