Ottant’anni di Feste dell’Unità: il romanzo popolare di un Paese

Un contributo

Quest’anno celebriamo un anniversario che non può passare inosservato: ottant’anni di Feste dell’Unità. Un traguardo straordinario, che segna non solo la storia di un partito, ma un pezzo importante della storia della nostra Repubblica democratica.

Le Feste dell’Unità, per quanto mi riguarda, sono un romanzo popolare a tutti gli effetti. Hanno raccontato, e continuano a raccontare, una storia collettiva fatta di donne e uomini uniti da ideali, da amicizie, da relazioni quotidiane, da volontari; i quali hanno messo a disposizione tempo ed energie per costruire insieme qualcosa di più grande di loro stessi.

Sono un romanzo popolare, perché hanno attraversato l’intero Paese, dal Nord al Sud, segnando il vissuto di intere comunità. Difficilmente c’è qualcuno che, in un modo o nell’altro, non abbia mai avuto un contatto con una Festa dell’Unità: come visitatore, come ospite, come volontario.

Sono un romanzo popolare, perché hanno raccontato la storia della nostra Repubblica, intrecciando politica, dibattiti, cultura, musica, spettacolo, gastronomia, momenti folkloristici e momenti di impegno civile. Nessun’altra esperienza simile ha saputo mescolare così profondamente per tanto tempo, il piacere di stare insieme con il bisogno di confrontarsi sui destini del Paese.

Le Feste dell’Unità hanno accompagnato le trasformazioni della sinistra italiana: dal PCI al PDS, ai DS fino al Partito Democratico. Hanno ispirato anche tante altre realtà del mondo del volontariato e dell’associazionismo, che da esse hanno preso esempio per organizzare eventi popolari di aggregazione e di comunità.

Per decenni hanno rappresentato un grande rito collettivo, un luogo di incontro e di relazione. Sappiamo bene quanto oggi, in una società sempre più individualista e frammentata, la relazione e l’incontro siano fondamentali.

Non è un caso che ogni epoca abbia lasciato il suo segno nelle Feste: quelle del dopoguerra furono il simbolo della ripartenza di un Paese che tornava a respirare libertà; quelle degli anni di piombo furono lo spazio del confronto politico e civile in una stagione attraversata dalla paura e dal conflitto; quelle dei grandi raduni nazionali hanno visto decine di migliaia di persone discutere, divertirsi, ascoltare leader politici e figure della cultura, spesso anche provenienti da mondi diversi. Indimenticabile per quanto mi riguarda, ad esempio, il confronto tra Veltroni e Fini alla festa nazionale di Reggio Emilia del 1995: un momento di dialogo aperto, capace di andare oltre gli schieramenti.

È dunque riduttivo liquidare oggi le Feste dell’Unità come un rito stantio, incapace di parlare al Paese, può risultare anche ingrato quando ci si ferma alla semplice critica senza produrre stimoli e consigli, contestualizzando di conseguenza il periodo che stiamo vivendo. La società è cambiata e anche le feste di conseguenza: non esistono più i grandi partiti di massa, la militanza ha assunto forme diverse, i costi organizzativi, l’assenza a differenza di eventi simili di grandi sostegni finanziari privati, la necessità di rendere sostenibile economicamente la festa con la sola gestione e le normative rendono difficile replicare le feste di una volta. Ma questo non significa che la loro funzione si sia esaurita.

Al contrario, le Feste dell’Unità continuano a vivere, ad adattarsi, a reinventarsi. Forse più piccole, forse meno spettacolari, ma ancora capaci di offrire luoghi di incontro e confronto, ancora capaci di portare cultura, politica, partecipazione e socialità nei quartieri, nelle piazze, nelle frazioni.

Oggi, con orgoglio, salutiamo questo anniversario. Lo facciamo per rispetto verso le migliaia di volontari che in questi ottant’anni hanno reso possibile il “romanzo popolare” delle Feste dell’Unità. Lo facciamo con gratitudine, perché senza di loro non avremmo avuto questa straordinaria esperienza di comunità.

E lo facciamo guardando al futuro: perché se è vero che le feste non possono più essere quelle di ieri, è altrettanto vero che possono ancora essere, convintamente, un luogo di dialogo, di confronto, di partecipazione, aperto a culture e idee diverse. Possono essere più piccole, più sostenibili, ma restare pur sempre un pezzo vivo e vitale della nostra storia collettiva.

Per questo, oggi, a ottant’anni dalla prima Festa, non possiamo che dirlo con forza: le Feste dell’Unità sono ancora motivo di orgoglio, di incontro e di speranza.

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