Amministrare è avere una visione del futuro della comunità
La storia del nostro comune è ben nota a tutti noi: è la storia di un territorio che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo economico del nostro Paese, grazie alla forza della manifattura e, in particolare, del settore ceramico. Un settore che ha raggiunto una posizione di leadership mondiale.
Questo distretto ha portato ricchezza economica, crescita demografica in relazione agli importanti flussi degli anni ’70, ampliamento e qualità dei servizi alla persona, luoghi di socialità e cultura, un vero benessere sociale.
Dallo sviluppo imprenditoriale disorganizzato del primo dopoguerra, siamo passati negli anni ’90 a una nuova fase: si è cominciato a ragionare in termini di visione, cercando di costruire un modello di sviluppo che rispettasse la nostra vocazione industriale e manifatturiera, ma anche riordinando un territorio che, fino ad allora, aveva conosciuto uno sviluppo spesso disordinato, dove la commistione tra l’industria e la residenza civile era all’ordine del giorno.
È in quella fase che si è tentato – certo anche con errori di valutazione – di distinguere tra la “città dell’abitare” e la “città dell’industria”, cercando un equilibrio tra vita, lavoro, e ambiente.
Amministrare un comune come il nostro, dentro a questo contesto, il quarto comune della provincia di Reggio Emilia, centro di un distretto su sponda reggiana, non può ridursi alla gestione quotidiana dei piccoli problemi – pur importanti – ma deve essere una governance della complessità. Viviamo in un mondo in rapido cambiamento, in cui il nostro sistema industriale subisce l’impatto delle crisi globali: crisi finanziarie, pandemia, conflitti internazionali che incidono sui costi e sulla competitività del nostro distretto.
Il settore ceramico ha visto un drastico calo della produzione: dai 600 milioni di metri quadrati del 2004 a meno di 400 milioni vent’anni dopo. Un dato che parla da solo e che ha ripercussioni sull’intero indotto e sull’economia locale.
Serve visione. Serve leadership. Un’amministrazione deve sapere dove vuole andare, soprattutto su temi così centrali come lo sviluppo economico e la programmazione finanziaria. Non può esistere una maggioranza variabile su questioni così fondamentali: il consenso deve essere interno, saldo, e coerente.
Se questo consenso viene meno, non si può far finta di nulla: le conseguenze vanno accettate, anche se scomode. Chi guida deve avere il coraggio di prenderne atto e trarne le dovute conclusioni. È una riflessione politica, profonda, che oggi riguarda pienamente l’amministrazione di Casagrande.
Proprio per questo, il dibattito sull’ampliamento di Modula – tra il “Sì” e il “No” – non può ridursi a una contrapposizione semplificata. Non si può discutere di un tema così complesso solo sul piano, pur rilevante, del consumo di suolo o dell’impatto ambientale. Sarebbe riduttivo.
Modula rappresenta oggi una realtà industriale di eccellenza nel nostro territorio manifatturiero. È doveroso riconoscerne il valore: parliamo di un’azienda che ha registrato importanti risultati in termini di innovazione, sviluppo e sostenibilità economica divenendo leader mondiale del suo settore; ha un’incidenza sostanzialmente nulla dal punto di vista ambientale, se confrontata anche con realtà produttive del comparto ceramico che già a sua volta in questi decenni, hanno compiuto importanti passi rispetto al tema della sostenibilità.
Modula, inoltre, contribuisce alla diversificazione del nostro distretto, che per anni ha vissuto in una condizione di monocultura produttiva. Inserire nuove tipologie industriali è essenziale per garantire resilienza e futuro al nostro tessuto economico.
Ecco perché non possiamo ridurre questa discussione a una contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari. Serve una riflessione più ampia, che parta da una domanda fondamentale: qual è la visione strategica di sviluppo economico per il nostro territorio?
Ed è proprio su questo punto che la critica all’amministrazione attuale diventa necessaria e ineludibile.
Perché è necessario essere molto chiari: non ci si può sostituire al ruolo del sindaco, perché è il sindaco – e solo lui – che ha avuto l’interlocuzione diretta con l’imprenditore, e che dovrebbe essere il garante istituzionale della trattativa, della visione e della coerenza con gli interessi generali della comunità.
Eppure, in questa vicenda il sindaco è stato del tutto silente. Nessuna parola chiara, nessun messaggio pubblico, nessuna cornice di visione industriale o territoriale che possa spiegare perché e con quale strategia si è arrivati a valutare questo ampliamento.
Manca completamente quella chiarezza politica che dovrebbe contraddistinguere chi guida una comunità. Non si può navigare a vista, non si può restare muti su una questione strategica come questa, non si può affidare tutto agli uffici tecnici o a trattative informali fuori dalle sedi. Il sindaco, invece, ha scelto il silenzio. Mentre altri esponenti della sua maggioranza hanno dichiarato a più riprese la contrarietà al progetto di ampliamento. Governare significa assumersi la responsabilità di dire dove si vuole portare il proprio territorio.
Chi ha svolto questo ruolo, sa benissimo che deve mettere al centro la sua visione, la sua responsabilità, la sua autonomia. Stare seduto al tavolo con lo specifico portatori di interessi da pari, per trovare soluzioni sostenibili che tenessero insieme le esigenze dell’impresa e quelle della comunità. Infine avere la capacità di tenere unita una maggioranza di governo, in linea con il mandato ricevuto dagli elettori. Questo è il ruolo che un sindaco deve svolgere. Di tutto questo almeno a oggi non abbiamo notizie. Poi viene il dibattito nelle sedi consigliari e pubbliche.
Per queste ragioni oggi, la responsabilità politica è nelle mani della maggioranza. Solo la maggioranza può e deve prendersi la responsabilità piena delle decisioni di governo. Nessun altro può sostituirsi a chi è stato scelto per governare.
Questa maggioranza dovrà dimostrare di essere autonoma e coesa. Alle altre forze presenti in Consiglio comunale – penso al Partito Democratico – spetta invece il compito di esercitare una critica responsabile, costruttiva, che metta sempre al centro l’interesse esclusivo della comunità casalgrandese.
Non l’interesse di singoli, non quello di chi si trova magari troppo vicino fisicamente o emotivamente al sito produttivo. E nemmeno la volontà singola dell’imprenditore, per quanto legittima. L’interesse collettivo deve venire prima, insieme a un’idea di sviluppo che ha sempre visto nella SP51 e nel polo Pedemontano i due grandi poli industriali del nostro comune.
Un patrimonio costruito nel tempo, del quale possiamo e dobbiamo andare fieri. C’è chi è giustamente orgoglioso della sua storia di Rocche e Castelli, non è il nostro caso purtroppo, ma noi possiamo esserlo del lavoro, dell’impresa, della manifattura. Di un modello produttivo che ha fatto di questo distretto un’eccellenza internazionale, grazie agli investimenti degli imprenditori, sì, ma anche grazie alla forza, alla dignità e all’impegno quotidiano di una comunità da chi amministrava ai lavoratori e lavoratrici che hanno costruito questo successo.
E allora diciamolo con chiarezza: oggi, il problema non è solo un progetto di ampliamento, ma l’assenza di una visione che lo guidi. Non è solo un voto in Consiglio, ma una responsabilità politica che non si può più eludere. Per quanto mi riguarda, da chi conosce il nostro territorio, io non avrei dubbi sul percorso e sulle scelte da compiere, ma non spetta a noi.
Chi governa ha il dovere di spiegare, scegliere, decidere. Se non lo fa, viene meno al proprio mandato.
Per questo serve un cambio di passo. Serve una politica che torni a parlare con il coraggio della verità, con il rispetto della comunità, e con la forza di una visione. Il resto è solo gestione. E oggi, non può bastare.



