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Faccio parte di una generazione nata con l’Ulivo, trent’anni fa, politicamente parlando. Una generazione che ha lavorato per creare le condizioni affinché l’incontro di culture, tradizioni e storie diverse fosse propedeutico alla nascita, nel 2007, del Partito Democratico. Una generazione, quindi, fieramente e sinceramente democratica.
Oggi mi sento combattuto di fronte alla recente proposta di Dario Franceschini, che ha generato un dibattito ai vertici del campo progressista e che parla della necessità di costruire un’alternativa alla destra attraverso lo schema “andare divisi per colpire uniti”. Un’alternativa che, però, a mio avviso è impostata in modo artificiale, come una mera alleanza di convenienza solo elettorale, senza partire dal basso, dai territori, dai contenuti e dai valori condivisi, come si è cercato di fare negli ultimi mesi nelle molte amministrazioni locali e regionali andate recentemente al voto.
Personalmente, non so se questa sia la strada giusta per il centrosinistra e per il campo progressista. Quel che è certo è che, se affrontiamo le prossime elezioni con questo approccio, la sfida sarà già persa in partenza.
L’esperienza dell’Ulivo è stata unica e irripetibile, nata in un contesto sociale, economico e culturale completamente diverso. In trent’anni la politica è cambiata profondamente, ma ciò non significa che dobbiamo rinunciare a costruire le condizioni per un’alternativa credibile.
Un’alternativa che si basi su pilastri concreti, in cui le diverse culture politiche possano incontrarsi e dialogare e dove il PD stesso deve avere l’ambizione di essere un crogiuolo di culture e sensibilità diverse.
Oggi dobbiamo alzare l’asticella per un progetto che tenga insieme la cultura liberale del centro moderato e quella più movimentista dei 5 Stelle. Un’alleanza che sia davvero alternativa e credibile per gli italiani. Gli elettori, infatti, non scelgono solo sulla base di meri calcoli elettorali o di equilibri aritmetici.
Alla fine, conteranno i contenuti, le proposte concrete sul lavoro, sulla scuola, sulla sicurezza sociale e sulla giustizia sociale, temi sui quali valorizzare i progetti condivisi. So bene che nel nostro campo politico esistono molte figure di rilievo e altrettanti personalismi. Questo è uno dei mali della politica e uno dei principali ostacoli alla costruzione di alleanze solide. Ma se non ci proviamo, partiamo sconfitti in partenza.
Abbiamo due anni e mezzo davanti a noi: usiamoli per creare le condizioni di un’alternativa vera, che nasca dal territorio e dall’esperienza di governo che abbiamo condiviso. Un’alternativa non semplicemente contro, come accaduto in esperienze fallimentari del passato, ma per il Paese, per il nostro futuro e per ridare speranza a un campo progressista che ha bisogno di ritrovare una chiara identità e un consenso più ampio di quello che ha oggi.



